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Un’ora d’aria in apnea... |
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Scritto da Emanuela Corbo
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sabato 24 febbraio 2007 |
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L’arrivo Sono le 8 e 45 di un lunedì mattina del mese di maggio, mentre sfreccio veloce sulla tangenziale che da Pozzuoli porta verso Bagnoli; il cielo è sereno ma non fa troppo caldo. La macchina è completamente carica di attrezzatura da apnea per otto persone; la mia insolita destinazione è l’ Istituto Penitenziario Minorile di Nisida dove terrò un corso sperimentale di apnea della durata di cinque giornate.
Organizzare tutto non è stato facile: presentare il progetto, coinvolgere gli operatori, ottenere i permessi dal ministero della Giustizia, organizzare la logistica, reperire i fondi necessari ma c’e l'ha fatta! Ora il dado è tratto; è come quando dopo esserti rilassato tiri l’ultimo respiro e stai per immergerti nelle profondità degli abissi: non sai mai di preciso cosa ti attende, e proprio li sta il bello.Ecco la in fondo la salita che porta al piccolo promontorio in mezzo al mare. “Nisida è un isola e nessuno lo sa” dice una canzone di Bennato ed ha perfettamente ragione, ed ecco la prima guardiola .“Buongiorno” mi presento con fare disinvolto “Sono l’istruttore di apnea, dovrei cominciare un corso questa mattina ai ragazzi” Mi accorgo che mi scappa da ridere mentre lo dico, ma mi trattengo.“Come scusi” la risposta è immediata, diretta, di chi è sicuro di aver capito male; e così dopo alcune telefonate, un paio di trasmissioni radio e alcuni sguardi interlocutori tra i colleghi arriva la frase magica “ Carlo Boscia, l’istruttore di apnea è autorizzato: fatelo passare” e così varco il cancello e comincia l’avventura. Lo staffPsicologi, educatori, agenti di polizia penitenziaria, un comandante e per finire, a muovere i fili di questo grande palcoscenico, il direttore. Tutti estremamente gentili, cordiali e soprattutto desiderosi di capire e conoscere questa nuova esperienza. Ognuno non perde occasione di farmi un escursus della propria vita acquatica, in positivo o in negativo che sia non conta: sono il confessore del mare! Nei corridoi, durante le attese per i permessi e autorizzazioni, mi scorrono nelle orecchie storie da far impallidire Jack Costeau!“Sapete che pure io una volta scendevo a trenta metri” mi si fa sotto uno con un marcato accento napoletano “Ma poi sa com’è, la famiglia... m’è cresciuta la pancia” mi dice con aria orgogliosa mostrandomi la sua voluminosa zavorra naturale.“Guardate, guardate le foto sul telefonino delle mie prede; le tengo ancora nel freezer” è il turno del cacciatore sfegatato.“Credo che voi stiate facendo una cosa meravigliosa, complimenti” afferma un altro con un’ aria mista fra l’ ammirazione e un pizzico di risentimento per non partecipare al corso.Comune denominatore per tutti è la curiosità e non è difficile leggere nei loro occhi una domanda: “Ma come ci è arrivato questo fino a qua, chi ce lo ha mandato”?Di questo in effetti devo ringraziare in particolare la psicologa Monica Tedesco ed il direttore Gianluca Guida, che sin da subito hanno creduto nel progetto di un corso sperimentale di apnea che avevo presentato loro circa un anno fa come “ Sotto sotto per venirne fuori”.Poi c’è la Cressi Sub per le attrezzature e Apnea Academy per i fondi...grazie a tutti di cuore!E così adesso tocca a me dar vita a questa fantastica esperienza che per ora vive solo sulla carta e nella mia immaginazione, e senza alcuna esitazione, mi sento pronto per affrontare i miei allievi e tutto quanto ruota attorno a loro. I ragazzi del penitenziarioInutile negarlo, un po’ di sana strizza la sento! Entrare in un penitenziario, per quanto questo possa essere vivibile ed accogliente è sempre fonte di tensione; incontrare i ragazzi e svolgere con loro un attività mi fa sentire particolarmente entusiasmato; un misto fra eccitazione, timore e curiosità si prendono letteralmente gioco di me e del mio autocontrollo. Mi avvicino accompagnato dalla psicologa Monica Tedesco e dalla guardia Giuseppe Romano, miei angeli custodi per tutto il corso, al punto di riunione dove a breve comincerà la presentazione del corso di apnea.Entro nell’aula deciso e tranquillo. Eccoli i cinque ragazzi, eccomi io, finalmente uno di fronte agli altri; siamo io loro e l’apnea, il resto non conta.Dopo le prime presentazioni formali, cerco subito una comunicazione diretta “ Per me siete normalissimi allievi che vogliono conoscere il meraviglioso mondo dell’ apnea.” E insisto “Non so cosa avete combinato, non so cosa combinerete in futuro, so solo che ora vorrei con tutto me stesso trasmettervi la mia conoscenza ed il mio amore per il mare ”Sguardi curiosi, fintamente distratti, quasi sognanti ma allo stesso tempo incredibilmente penetranti ed attenti mi penetrano arrivandomi dritto dritto dentro.Continuo “ Vi darò delle regole, vi chiederò di fare degli esercizi in acqua che non avete mai fatto e cercherò d’insegnarvi tecniche di rilassamento e di respirazione”. Concludo dicendo “E per facilitarvi in questo mi aiuterò con le mani, manipolando i punti del vostro corpo dove si accumula maggiormente la tensione” e quasi soprapensiero, come se realmente fossi in una delle aule dei miei soliti corsi, comincio a massaggiare con dolcezza e determinazione il collo di uno di loro. Se mi fosse partito un cazzotto, in fondo in fondo non ne sarei rimasto così sconcertato e invece l’effetto è il contrario; come pantera che si lascia accarezzare, come una balena che ti salta vicino senza sfiorarti, come il cane più feroce che dopo la prima coccola ti guarda e scodinzola. “Il gioco è fatto” penso, ma siamo solo all’inizio!Sono ragazzi incredibili, con storie del loro passato da raccontare, ma anche tanto da dire sul loro presente che inevitabilmente li porta verso un futuro che sperano migliore. Tre sono di Napoli e due del Marocco; fondamentalmente solitari e non da subito espansivi, con non troppa fiducia verso il prossimo e forse anche verso loro stessi. Speranze, ambizioni, paure, affetti: presto sarò travolto dall’onda d’urto dell’emotività di questi ragazzi tanto istintivi e diretti quanto complessi ed difficili! Nisida: L’isola che non c’èQuando la guardi da lontano Nisida sembra una piccola montagnola in mezzo al mare, un prolungamento terroso dello stabilimento siderurgico di Bagnoli ormai divenuto oramai un esempio di archeologia industriale; tutt’ intorno gli allevamenti di cozze, ai lati qualche scogliera, un faraglione (dove mio padre si immergeva da giovane...), un porto, e per contorno qualche ristorante. Già ma dietro cosa c’è?? Prima di pensare alla parte nascosta bisogna guardare in alto, dove gli edifici del penitenziario sporgono fra gli alberi, in maniera tutto sommato abbastanza discreta. Si possono contare diversi palazzi; la struttura infatti comprende laboratori, dormitori maschili e femminili, scuola, caserme, centri per attività e tutta la parte direzionale. Per arrivarci si deve oltrepassare un primo punto di controllo posto sul livello del mare per poi imboccare una strada molto ripida, stretta, molto stretta...La bellezza del panorama stride con il fine ultimo dell’intero istituto, praticamente un ossimoro visivo e mentre penso a ciò il sole accecante rimbalza sulle onde prendendosi beffa dei miei occhiali da sole.Una volta arrivato sulla sommità lo spettacolo è mozzafiato; mare tutt’ attorno, più in la le pareti scoscese della costiera che va verso Napoli e li sotto il paradiso: porto Paone.“ Ci va qualcuno a pescare ma è raro” mi dissero tempo addietro. In effetti quando lo vidi la prima volta, in occasione della Handy Cup 2005, una regata velica non competitiva per persone disagiate, ne rimasi subito affascinato: un cratere di un vulcano spento a livello del mare completamente ricoperto d’acqua, contornato da pareti rocciose, largo meno di trecento metri e profondo al massimo otto. ”Una palestra naturale dove insegnare apnea” avevo pensato sorpreso. A quanto pare sono qui per vedere se avevo ragione!Certo non tutto è come mi ero immaginato; infatti scendere ma soprattutto salire da porto Paone sino alla sommità dell’isola ove sono situati gli edifici, sarà una grande fatica durante tutto il corso. Con cinque chili nella cintura dei pesi in vita e sulle spalle la sacca con dentro attrezzatura completa, dopo due ore di teoria e rilassamento e due di esercitazioni in acqua ti ritrovi a fare una scalata di venti minuti lungo un sentiero scosceso e a strapiombo sul mare proprio verso l’una del pomeriggio con il sole che sembra voglia scioglierti. Praticamente è il secondo bagno della giornata, ma questa volta di sudore. Ricordo che alla fine, e sottolineo alla fine, eravamo felici, e tutto sommato cercavamo di convincercene anche durante il percorso: era troppo bello quello che stavamo facendo. Scuola di ApneaDopo la prima lezione di teoria e la sessione di rilassamento finalmente il momento tanto atteso è arrivato. Quel momento dove non esistono più difficoltà, problemi, ansie e preoccupazioni. Quel momento dove il tuo corpo si tinge di azzurro e di blu, dove sei leggero e la tua mente è leggera. In quell’ attimo sei un pesce e un pesce non può stare in gabbia, un pesce deve nuotare e scendere verso il fondo del mare e per imparare tutta la sua forza e la sua determinazione vanno in quella direzione. I ragazzi mi guardano curiosi nel nuovo elemento che ci avvolge, la madre di tutte le madri: il mare. Li faccio cominciare con una prova in acqua a corpo libero, senza attrezzatura; devo pur vedere se sanno nuotare; Umberto Pelizzari, l’uomo pesce, il mio maestro, ne ha sempre fatto una questione primaria ed ha ragione; mi trovo così a fronteggiare una situazione dove, a mo di circo acquatico, i miei aspiranti apneisti cominciano una gara per dimostrarmi chi è il più bravo in acqua; sembra di essere nel mezzo di una tonnara! Respiro profondo riuscendo ad “urlare sottovoce” per richiamare l’attenzione di tutti!Cerco di attirare la loro attenzione incuriosendoli, mostrando loro alcuni esercizi semplici ma d’effetto coreografico; chiedo loro di ripetere gli esercizi provando così fargli prendere coscienza dei propri limiti,: faccio centro. Subito, orgogliosi come non mai, cercano di imitare i miei movimenti, per scoprire il rilassamento in acqua, per lasciarsi andare ed allo stesso tempo rimanere, attenti e concentrati. Lo scontro interiore con le loro personalità solitarie e ribelli è inevitabile e per quanto mi riguarda la lotta fra l’autorità e l’autorevolezza mi esplode dentro. Gli anni di insegnamento della vela nelle comunità di recupero mi vengono in aiuto; conosco le dinamiche comportamentali di questi ragazzi, per quanto ognuno sia un universo a sé.“ Ciascuno di noi ha le sue battaglie” penso osservando i loro sforzi per mantenere l’attenzione mentre gli parlo. Lentamente, e non con poca fatica, cominciamo a rassomigliare sul serio ad una scuola di apnea.“Siamo come un branco” mi dice dopo un paio di giorni uno dei ragazzi mentre si toglie la muta “E tu sei il nostro capo branco”. Tutt’ora a ripensarci, mentre lo scrivo mi vengono i brividi. Mi rendo conto quanto è difficile per ragazzi del genere concedere la fiducia e riceverla mi fa sentire importante, quantomeno per loro.E si continua nei giorni a seguire con le capovolte, la pinneggiata ampia, il sistema di coppia e la respirazione prima del tuffo, ma è difficile, ma è bello e allora si prova e si riprova e a volte il branco si scioglie e allora è fatica ricomporre le file; e a volte il branco litiga ed è difficile ritrovare la ragione. E ancora capovolte, discese sul cavo, compensazione, l’assetto del corpo, il rilassamento in acqua lì dove già solo far mettere una muta sembrava impensabile, lì dove il pregiudizio di qualsiasi persona (scommetto anche il tuo che stai leggendo) è “ Ma poi se imparano ad andare in apnea non scappano?”, lì dove non era possibile pensare di far passare ai ragazzi un’ora d’aria in apnea.Avanti, bisogna andare avanti, lezione dopo lezione, discesa dopo discesa in acqua, salita dopo salita per il sentiero. Non esiste la fatica se veramente vuoi fare una cosa, non esiste nulla che possa distrarti se ti lasci prendere dalla forza della passione.Perfino le piccole e velenosissime meduse non riescono a distogliere i ragazzi dal rilassamento in acqua; nonostante qualche dolorosa puntura infatti, siamo riusciti a rimanere, su mia sofferta e provocante indicazione, a pancia all’aria, protetti dalle nostre mute, nel mezzo di porto Paone: isole di fiducia galleggianti su un mondo che a volte fa male. Il successo dell’esperienza comincia a farsi intravedere ancora però offuscato dal termoclino della diffidenza.L’emotivitàSe proprio doveva esserci un vincitore direi che ha vinto lei: l’emotività. Quella che mi ha portato a pensare un corso di apnea per i ragazzi di un penitenziario minorile, quella che ha convinto gli psicologi, operatori e dirigenti ad accettarlo, quella che ha convinto gli sponsor, quella che ha guidato ragazzi, durante l’intera esperienza.Urla, grida, pianti, guizzi frenetici, sfide d’onore ed amicizie indissolubili: ne ho viste di tutti i colori nel corso di queste cinque giornate credetemi!“ Carlo, mi sembrava di stare ai Caraibi” mi dice uno d loro dopo la prima sessione di rilassamento. Un altro invece ostenta una curiosità sfrenata per tutto ciò che è l’apnea, mentre di tanto in tanto fa esplodere irrefrenabile il rigetto verso le regole e l’accettazione dei propri limiti. “ Tu non mi devi giudicare, perchè non sei nessuno” dice all’improvviso un ragazzo all’altro durante un momento di confronto, dopo che è stato ripreso per un comportamento scorretto. Esce dall’aula e lo ritrovo in lacrime: “ Carlo , tu nu può capi’ ch teng dentr io” Gli dico che è importante che torni fra noi e dopo alcuni minuti rientra quasi sorridente. Tensione e odio svaniscono dopo la prima battuta scherzosa. Come spesso mi capita mi osservo da fuori e mi guardo: un uomo, un istruttore con tutte le sue convinzioni, le sue capacità, le sue paure e le sue fragilità. “Come mi devo porre davanti a tanta emotività” mi chiedo, ma non è tempo di farsi domande, è tempo di agire. Occhi come fuochi nella notte buia mi scrutano per trarre esempio, ma anche per scoprire i miei punti deboli. La paura di sbagliare in situazioni così delicate può farsi sentire, ed allora devo credere in me stesso come non mai, seguire la mia pista e credere in quello che mi ha portato fino a qui. Poi respirare con il diaframma aiuta, e come se aiuta... La fine del corso Giunti all’ultimo giorno voglio organizzare un evento speciale. Ottenuti tutti i permessi e le autorizzazioni del caso mi accordo per un incontro con un altro istruttore di Apnea Academy Enrico Lupo, napoletano doc, che ci raggiungerà a porto Paone, a bordo di un gommone, assieme ad altri istruttori del suo gruppo. Nelle acque di porto Paone si incontreranno per festeggiare i ragazzi del penitenziario che hanno fatto il corso, con alcuni apneisti di Napoli. Ho sempre sostenuto che il disagio sociale vada affrontato e divulgato anche fra le persone della società cosiddetta normale e non solo fra gli addetti ai lavori e così sarà anche per questa esperienza.“Si ma io do retta solo a te” mi sento dire da un ragazzo del mio “branco”. Lo guardo e sorrido poiché so che persone che amano e conoscono il mare come quelle che stanno per raggiungerci sapranno essere coinvolgenti e sono sicuro che non ci sarà nessun problema.Ed infatti è come incontrare i delfini: i ragazzi nuotano e si immergono con i gli altri apneisti giunti dal mare, guidati dal nuovo istruttore; dopo cinque giorni passati a stretto contatto con me, fra lezioni di teoria, rilassamento e prove in mare, dopo le riflessioni sui loro limiti e le loro potenzialità, ecco tutto ad un tratto materializzarsi davanti ai loro occhi chi questo percorso lo ha già fatto.Di certo non esitano ad inseguire questa attraente novità, accompagnati questa volta anche dalla guardia, Giuseppe Romano, che spogliatosi dell’uniforme e indossata l’attrezzatura da apneista si unisce al gruppo mostrando ottime doti umane e di acquaticità: una scena bellissima!Guardo fiero lo spettacolo che si compie sotto i miei occhi, cercando come posso, fra un urlo e un conforto, di riprendere alcune immagini sott’acqua.Sono contento, felice, emozionato. Sopra di noi una barca a vela con a bordo alcuni psicologi ed altri operatori, è ormeggiata come una grande mamma che guarda le prodezze dei suoi piccoli. La festa finale è ormai estesa sopra e sotto l’acqua. Le immagini più belle sono impresse nel cuore e, purtroppo o per fortuna, non vi è filmato che possa farle rivivere.Il tempo in mare come sempre corre veloce; dopo due ore di intensa attività, salutati i nostri compagni di immersione, ci attende l’ultima salita per il sentiero; oramai è diventata un rituale; un momento per fare quattro chiacchiere serene, con il senso del dovere appagato e lo stomaco che reclama la sua parte. Arrivati all’istituto decido di mangiare anche io nella mensa con i ragazzi, assieme al comandante, ed a tutto lo staff. C’è aria di soddisfazione mista ad un po’ di tristezza per la fine del corso; nel mezzo del pranzo ben servito (spaghetti al tonno, salsiccia e melanzane), distribuisco gli attestati di partecipazione e per ognuno commento e caratterizzo l’esperienza appena vissuta. Non mi è difficile anzi: c’è chi è sceso con la forza, chi dedicandosi maggiormente agli altri, chi ne ha fatto una questione di cuore e chi l’ha vissuta come una competizione personale sfidando perfino i sassi nelle discese verso il fondo. Siamo tutti pervadasi da grandissime emozioni nel rivivere quegli attimi; sia io che gli operatori vorremmo fare in modo che tutto ciò continui ed abbia un senso, per evitare che rimanga un’esperienza isolata.Abbracci calorosi e mi ritrovo fra le mani come dono due piccoli oggetti in ceramica:una stella e una conchiglia, entrambi di colore rosso, caldo e avvolgente.“ Solo il blu può donarmi sensazioni più forti” penso mentre percorro per l’ennesima volta la strada in discesa che porta verso il mare, con la macchina colma di attrezzatura, questa volta completamente bagnata. Ultimo saluto in guardiola, ormai mi sentivo di casa, quello dell’apnea.Bagnoli mi inghiotte nel suo traffico caotico, portando via me e i miei pensieri, inesorabilmente e freneticamente, come una bolla d’aria in fuga verso la superficie. Nello specchietto vedo una piccola montagnola in mezzo al mare... Carlo Boscia |
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